Esercizio fisico: ruolo sulla salute del cuore e sulla prevenzione delle aritmie
Muoversi regolarmente è una delle abitudini più utili per proteggere il cuore. L’esercizio fisico aiuta a controllare il peso corporeo, migliora la capacità dell’organismo di utilizzare gli zuccheri e contribuisce a ridurre la pressione arteriosa. Contrasta così obesità, diabete e ipertensione, importanti fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e per alcune aritmie. I benefici non richiedono necessariamente allenamenti impegnativi. Per la maggior parte degli adulti, un riferimento è dedicare almeno 150 minuti alla settimana ad attività di intensità media, come camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta o nuotare, aumentando gradualmente secondo le proprie possibilità.
L’esercizio è utile anche quando una malattia cardiovascolare è già presente. Dopo un infarto, oppure nelle persone con malattia coronarica o scompenso cardiaco stabile, un programma adeguato può migliorare la capacità di compiere le attività quotidiane e la qualità di vita. I benefici coinvolgono il sistema cardiovascolare, i muscoli e il metabolismo, ma anche il benessere psicologico: muoversi può ridurre ansia e sintomi depressivi, favorire il sonno e aiutare a ritrovare fiducia nel proprio corpo. Avere una cardiopatia non significa quindi dover rinunciare al movimento. Occorre però concordarne modalità, intensità e progressione con il medico; nelle fasi acute o instabili può essere necessario sospendere temporaneamente l’allenamento.
Esercizio fisico e sport, tuttavia, non sono sinonimi. Il primo è un’attività programmata per migliorare o mantenere la forma fisica; lo sport comprende anche una dimensione tecnica, di prestazione e talvolta di competizione. Le due attività possono coincidere, e lo sport ricreativo è spesso un ottimo modo per mantenersi attivi. La differenza rilevante per il cuore riguarda soprattutto la quantità e l’intensità dello sforzo: allenarsi per stare bene non richiede gli stessi carichi necessari per preparare una maratona o una gara di lunga distanza.
Molte ore di allenamento intenso, ripetute per anni, sottopongono infatti il cuore a sollecitazioni diverse da quelle dell’esercizio moderato. In alcune persone possono favorire problemi specifici, tra cui determinate aritmie. Ciò non significa che lo sport intenso sia generalmente dannoso o che ne siano annullati tutti i benefici: significa che, oltre certi carichi, aumentare l’allenamento non garantisce una protezione crescente da ogni problema cardiaco. Contano anche l’età, la predisposizione individuale, le eventuali malattie e il recupero tra le sedute.
La fibrillazione atriale è un esempio particolarmente interessante. È un’aritmia nella quale l’attività elettrica degli atri, le due camere superiori del cuore, diventa disordinata: il battito risulta irregolare e spesso accelerato. Può provocare palpitazioni, affanno, stanchezza o una riduzione della capacità di fare sforzi, ma talvolta non dà sintomi. Riconoscerla è importante anche perché può favorire la formazione di coaguli nel cuore e aumentare il rischio di ictus, rendendo necessarie terapie specifiche in base al profilo del paziente.
Nella popolazione generale, numerosi studi mostrano che le persone fisicamente attive hanno un rischio inferiore di sviluppare fibrillazione atriale rispetto a quelle sedentarie. Parte del vantaggio si collega al miglior controllo del peso, della pressione e del metabolismo. Anche chi ha già questa aritmia può trarre beneficio dall’esercizio: studi clinici hanno dimostrato che programmi personalizzati possono ridurre le recidive e migliorare i sintomi. L’attività fisica entra così nel percorso di cura, insieme agli altri interventi consigliati dal cardiologo.
Negli atleti che praticano da molti anni sport di resistenza con volumi elevati, come corsa su lunghe distanze, ciclismo o sci di fondo, può invece emergere un apparente paradosso: nonostante un’ottima forma fisica, il rischio di fibrillazione atriale può essere maggiore. Questa associazione è documentata soprattutto negli atleti di sesso maschile con più di quarant’anni, mentre nelle donne e negli atleti più giovani le evidenze sono meno solide. Si ritiene che contribuiscano modificazioni delle dimensioni e delle proprietà elettriche degli atri, insieme a cambiamenti nella regolazione nervosa del cuore. Non tutti gli atleti sviluppano l’aritmia e non esiste una soglia di allenamento valida per chiunque.
Il messaggio è quindi continuare a muoversi, scegliendo un’attività proporzionata alla propria salute e alle proprie capacità. Chi pratica sport con carichi molto elevati dovrebbe prestare particolare attenzione alla programmazione e al recupero. In Italia, la visita medico-sportiva per l’idoneità agonistica è obbligatoria per chi pratica attività classificata come agonistica. Questa visita va vissuta come un’occasione di prevenzione e tutela della salute, che va oltre il semplice rilascio di un certificato. È opportuno che anche chi non partecipa a competizioni, ma si allena regolarmente ad alta intensità, si sottoponga a controlli medico-sportivi periodici, comprensivi di un elettrocardiogramma da sforzo: l’impegno del cuore può essere simile a quello di un agonista. La frequenza dei controlli va concordata con il medico in base all’età, alla storia clinica e all’attività svolta. Palpitazioni, svenimenti, dolore toracico o un calo inspiegato delle prestazioni meritano una valutazione. Essere allenati non significa essere automaticamente sani: i controlli aiutano a riconoscere eventuali problemi cardiaci anche quando non danno sintomi.
A cura di Prof. Alessandro Zorzi (Università di Padova; Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza)
Domande frequenti
Profilo dell’autore
Prof. Alessandro Zorzi – Professore Associato; Dipartimento di Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità Pubblica; Università di Padova. Responsabile area ambulatoriale cardiologia - Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione (ORAS) - Motta di Livenza (TV).
Alessandro Zorzi è professore associato di Cardiologia presso il Dipartimento di Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità Pubblica dell’Università di Padova e responsabile dell’area ambulatoriale cardiovascolare dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza. Ha conseguito la specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare e il dottorato di ricerca in Scienze cardiovascolari presso l’Università di Padova, completando un periodo di formazione in elettrofisiologia allo University College London Hospital.
La sua attività clinica e scientifica si concentra sulle aritmie, sulla cardiologia dello sport e sulla prevenzione della morte improvvisa nei giovani e negli atleti. Si occupa inoltre della valutazione cardiovascolare degli sportivi e del ruolo dell’esercizio nelle persone con cardiopatia.
È segretario generale della Società Italiana di Cardiologia dello Sport, membro del nucleo di Cardiologia dello Sport dell’European Association of Preventive Cardiology e Fellow della Società Europea di Cardiologia. Nell’AIAC ha ricoperto incarichi nell’area giovani e come chairman dell’area dedicata all’arresto cardiaco extraospedaliero.
Svolge attività didattica in corsi universitari e programmi di formazione nazionali e internazionali.
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Validato dal comitato scientifico AIAC