Il ruolo della genetica nella elettrofisiologia del presente e del futuro
L'integrazione tra genetica e pratica clinica sta rivoluzionando l'elettrofisiologia, trasformando la diagnosi e il rischio aritmico in un percorso di medicina personalizzata. Dalle terapie geniche ai "gemelli digitali", l’articolo esplora le nuove frontiere tecnologiche per la gestione su misura dei pazienti cardiologici.
Deni Kukavica, MD, PhDa,b; Eleonora Torre, PhDa; and Silvia G. Priori, MD, PhDa,b
a) Molecular Cardiology Unit, IRCCS Istituti Clinici Scientifici Maugeri, Pavia, Italy. b) Department of Molecular Medicine, University of Pavia, Pavia, Italy.
Il riconoscimento che la diversità nell’elettrofisiologia cardiaca possa essere attribuita, in una proporzione significativa, all’espressione variabile di specifici geni o alla variabilità nella funzione dei loro prodotti proteici ha profondamente alterato il modo in cui gli elettrofisiologi pensano alla funzione elettrica cardiaca normale e patologica. Nel 1995, il laboratorio di Keating ha rivelato che varianti in geni che codificano per i canali ionici cardiaci erano responsabili della Sindrome del QT lungo, inaugurando un’era di aritmologia molecolare1–3. Poco dopo, è stato chiarito il background genetico della Tachicardia Ventricolare Polimorfa Catecolaminergica4, della Sindrome di Brugada5 e della Sindrome del QT corto6, stabilendo un ruolo chiaro della genetica nella diagnosi dei disturbi aritmogeni7. Al di là dei disordini monogenici, le informazioni genetiche, sotto forma di genetic risk score, si sono rivelate utili per predire il rischio di fibrillazione atriale8. I polygenic risk score, un metodo per quantificare il rischio genetico aggregato derivante da comuni polimorfismi a singola variante, hanno dimostrato di aggiungere valore, in particolare quando integrati nei modelli di predizione esistenti9. A cavallo del XXI secolo è diventato chiaro che la competenza in biologia molecolare è fondamentale per fornire indicazioni sulla gravità delle malattie ereditarie. Nel 2003 abbiamo dimostrato che, nella Sindrome del QT lungo, il locus della mutazione causale influenza la storia naturale della malattia e modula gli effetti del QTc e del sesso sulle manifestazioni cliniche10. Nel corso degli anni, il contributo dei test genetici alla stratificazione del rischio è diventato sempre più sofisticato, e si è fatto via via più evidente che il background genetico è un potente predittore degli esiti anche nelle cardiomiopatie7. Oggi, i cardiologi clinici e gli elettrofisiologi hanno a disposizione score di rischio validati per diverse condizioni cliniche11–13, con una granularità che si estende fino a modelli di rischio per mutazioni specifiche come la mutazione fondatrice olandese nel gene PLN14. Un terzo pilastro di questa rivoluzione è stata la comprensione che il background genetico è essenziale per le terapie. Nella Sindrome del QT lungo, i dati hanno dimostrato che il genotipo determina la risposta alla terapia con beta-bloccanti15, e successivamente il nostro gruppo ha stabilito l’utilità della mexiletina come terapia genotipo-specifica per la Sindrome del QT lungo di tipo 316. Tuttavia, sebbene lavori seminali avessero chiarito l’aritmogenesi a livello cellulare, l’assenza di informazioni sui meccanismi aritmogeni a livello d’organo ha ostacolato lo sviluppo di terapie molecolari. In questo contesto, lo sviluppo di modelli animali di malattia ha aperto un’ulteriore frontiera, consentendo una caratterizzazione senza precedenti del substrato aritmico e accelerando gli sforzi di terapia genica. Fruttuose collaborazioni tra clinici, biologi molecolari, elettrofisiologi cellulari e scienziati di base hanno portato allo sviluppo di diversi tipi di terapie geniche, mirate a invertire il substrato molecolare alterato responsabile di aritmie potenzialmente letali. Il nostro gruppo è entrato nel campo della terapia genica e ha sviluppato, nel 2012, la prima terapia genica per la forma recessiva della tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica17, successivamente autorizzata dalla Food and Drug Administration per studi clinici sull’uomo. A quasi quindici anni di distanza, la terapia genica rappresenta una realtà clinica, con numerosi trial in corso e il potenziale di rivoluzionare la gestione dei nostri pazienti18,19. Oggigiorno, elettrofisiologi cellulari esperti in patch clamp collaborano con elettrofisiologi clinici per fornire una caratterizzazione funzionale delle varianti genetiche. L’impiego di metodi ad alto throughput per l’elettrofisiologia cellulare cardiaca basati su cardiomiociti derivati da hiPSC rappresenta una risorsa cruciale, pensata per gli standard industriali futuri, gli studi accademici e le applicazioni cliniche. La tecnologia di patch clamp automatizzato ha trasformato la ricerca elettrofisiologica aumentando significativamente il throughput dei dati20. Diversi studi indicano che una caratterizzazione sistematica e ad alto throughput mediante patch clamp automatizzato costituisce uno strumento per accelerare la scoperta di farmaci e personalizzare gli interventi terapeutici sia nei cardiomiociti derivati da hiPSC21,22 sia in quelli nativi23. Analogamente, gli scienziati in silico sfruttano i dati provenienti da mappaggio elettroanatomico, risonanza magnetica cardiaca e caratterizzazione delle varianti genetiche per costruire gemelli digitali del cuore del paziente, con l’obiettivo di predire la propensione individuale a sviluppare aritmie24–26. È evidente che la disponibilità di strumenti efficienti ad alto throughput non rappresenta semplicemente un vantaggio, ma un prerequisito fondamentale per l’evoluzione dei modelli predittivi in silico, poiché la precisione delle simulazioni computazionali dipende direttamente dal volume e dalla qualità dei dati elettrofisiologici utilizzati per informarli e validarli. Inoltre, lo sviluppo di modelli di grandi animali con elevato potenziale traslazionale offre la possibilità di utilizzare tecnologie di livello clinico per dissezionare, a livello d’organo, sia l’instaurarsi che il mantenimento di aritmie ventricolari complesse, identificare meccanismi aritmogeni a valle (mal)adattativi e testare in vivo in modo robusto nuovi approcci di terapia molecolare27. La strada da percorrere è chiara: la genetica avrà un ruolo sempre più ampio nel campo dell’elettrofisiologia cardiaca. Un elettrofisiologo moderno dovrà operare a partire da una base estesa: profonda conoscenza della genetica umana, comprensione operativa delle sfumature dell’elettrofisiologia cellulare, uso appropriato ed etico di modelli animali ad alta fedeltà, familiarità con modelli in silico all’avanguardia e profonda comprensione delle terapie molecolari, il tutto combinato con una solida formazione nelle tecniche di elettrofisiologia classica e moderna. Solo così si potrà offrire una gestione su misura al singolo paziente, inaugurando un’era di medicina veramente personalizzata.
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